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Ben

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Comportamenti alternativi e trasgressivi tipici delle teorie del movimento Fluxus a cui Vautier ha aderito sin dagli anni ’60, con i continui sconfinamenti del linguaggio artistico, le provocazioni riguardo al concetto di opera che vive nel contesto e per il contesto in cui l’artista si muove ed ancora i confini dell’arte e del suo artefice; tutto questo è letteralmente tangibile nelle opere esposte a Firenze da Benjamin Vautier alla galleria Il Ponte.L’allestimento espositivo sviluppa appunto il caso del limite dell’arte per cui, partendo e oltrepassando la tradizione duchampiana, Ben...

Comportamenti alternativi e trasgressivi tipici delle teorie del movimento Fluxus a cui Vautier ha aderito sin dagli anni ’60, con i continui sconfinamenti del linguaggio artistico, le provocazioni riguardo al concetto di opera che vive nel contesto e per il contesto in cui l’artista si muove ed ancora i confini dell’arte e del suo artefice; tutto questo è letteralmente tangibile nelle opere esposte a Firenze da Benjamin Vautier alla galleria Il Ponte.L’allestimento espositivo sviluppa appunto il caso del limite dell’arte per cui, partendo e oltrepassando la tradizione duchampiana, Ben mette in discussione ogni confine riguardo a cosa si possa intendere per manufatto dell’artista e per artista stesso.In un gioco spericolato ad alzare sempre più la posta riguardo a cosa si possa considerare tale, giunge ad affermare che tutto ciò che viene trasformato e toccato dalla mano dell’artista diviene arte, innescando tuttavia la possibilità opposta dell’annullamento del senso stesso dell’arte e dei suoi valori.Tutto ciò che entra a far parte della sua vita, può diventare arte perché chiaro emerge che l’arte non è qualcosa di differente alla vita e fine a se stesso, ma un’azione dentro la vita e come tale è varia, fatta di pezzi, di momenti, di incidenti di bello e di brutto.Vautier firma tutto ciò che lo ispira e gli capiti sotto mano, compreso il suo corpo o le opere di altri artisti.Così un acrilico su tela monocromatica su cui scrive, con grafia dai tratti infantili, frasi provocatorie, che interrogano sui dubbi cosmici della vita, dell’io, di Dio, diventa una sua opera d’arte.Vale anche l’inverso: se tutto può diventare arte, niente potrebbe esserlo.La mostra costruita su questo tema del limite e onnipotenza dell’arte si compone di tele, carte, oggetti soliti e inattesi che l’artista riscatta e riabilita: ecco che una vecchia giostra completamente dipinta di nero è una scultura che lui sigla, una valigia in cuoio analizza con pungolo la presenza di Dio – “ se Dio è dappertutto è anche in questa valigia a Firenze” – o lo sono le tele su cui scrive frasi tipo”tutto è possibile”, “tutto è ego”, così da rimuovere dalla memoria la funzione dell’oggetto che manipolato dall’artista diventa concetto astratto e testimonianza di un pensiero apparentemente privo di limiti.Da questa presmessa se ne consegue che è l’artista che decide cosa sia arte o no, tanto da far decrescere il valore intrinseco del manufatto proporzionalmente al ruolo dell’artista e della sua performance.Vautier gioca tutto sul filo dell’ironia e dell’auto ironia, gli oggetti nobilitati dalla sua firma sono fruibili e il visitatore può interagire con l’arte toccandoli; il limite sacrale dell’opera in posizione antitetica e irraggiungibile dal visitatore che le sta davanti, decade.La stessa mostra diventa opera in un’installazione globale: nella vetrina della galleria c’è una grossa cornice che inquadra e pone in risalto l’autore stesso durante una curiosa performance in cui interagisce col pubblico, disteso su un letto/opera firmato e esaltato con la frase - “in questo letto si può fare conoscenza, si può dormire, prendere piacere, sognare, leggere…”.Tutto è ribaltamento, senso non senso, continue installazioni casuali e improvvisate con oggetti poveri o trovati.Forse l'ispirazione non esiste? Esiste lo stare al contatto con la tua parte creativa che ti porta momenti particolarmente fertili in cui la realtà supera la fantasia, inutile cercare altro perché in quello che ci circonda c'è tutto quello che serve a noi e alla nostra arte.E’ il modo in cui entriamo in contatto con la realtà e l'elaborazione che riusciamo a farne che fa la differenza, tanto che esiste l’artista al di là dell’opera tangibile, fino a dire che non sia così necessario l’artista per fare arte, basta innescare dei meccanismi che trasformano dei visitatori casuali in protagonisti di un’azione artistica.Ben scrive” una sola soluzione, perdere il mio ego, non essere più Dio, lo esporrò a Firenze, una valigia contenente Dio. E l’anello di Moebius nel quale non esiste limite all’arte, perché non c’è né inizio né fine, né dentro, né fuori, né vuoto, né pieno né tempo,né spazio…il limite dell’arte è l’artista che lo decide..”

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