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Bedussi Mirko

Bedussi Mirko

Mirko Bedussi è nato a Brescia nel 1966. Il suo percorso artistico è iniziato una quindicina di anni fa. Durante gli ultimi anni di frequenza all'Accademia di Brera, ha esercitato l'insegnamento del disegno dal vero; nel frattempo la sua ricerca espressiva stava già imboccando la direzione attuale, caratterizzandosi in uno stile personale e ben definito che rende le sue opere riconoscibili. Tra il 1992 ed il 1996 lo scultore è stato tra i protagonisti di numerose mostre collettive bresciane. Nel 1993 è stato invitato a prender parte a una mostra di prestigio alla Permanente di Milano,...

Mirko Bedussi è nato a Brescia nel 1966. Il suo percorso artistico è iniziato una quindicina di anni fa. Durante gli ultimi anni di frequenza all'Accademia di Brera, ha esercitato l'insegnamento del disegno dal vero; nel frattempo la sua ricerca espressiva stava già imboccando la direzione attuale, caratterizzandosi in uno stile personale e ben definito che rende le sue opere riconoscibili. Tra il 1992 ed il 1996 lo scultore è stato tra i protagonisti di numerose mostre collettive bresciane. Nel 1993 è stato invitato a prender parte a una mostra di prestigio alla Permanente di Milano, evento che ha segnato il definitivo ingresso dell'artista nel panorama dell'arte contemporanea nazionale. I lavori di Mirko Bedussi seguono il filo della nostalgia e insieme del disincanto che si respira oggi nei confronti della classicità. Pur mantenendo una struttura e un'estetica vicine al gusto classico, la sua scultura si muove in obliquo attraverso le nuove tendenze, proponendo figure in bilico perenne tra l'anatomia e l'architettura antropomorfa. Questo giovane artista bresciano segue una procedura realizzativa personalissima, che gli permette di lavorare sui volumi e sulle superfici in un divenire continuo tra progetto e improvvisazione. La lavorazione quindi si può idealmente dividere in due parti: la costruzione della struttura, che sintetizza i volumi e racchiude lo spazio in gabbie metalliche, e la successiva applicazione della pasta gessosa, fase in cui bisogna fare i conti con l'indurimento repentino dell'impasto. In una terza fase, più riflessiva e mentale, Bedussi si dedica al ritocco e alla levigatura delle superfici, graffiate o coperte di cera, con una cura e un procedere che ha molto a che fare con la pittura. Attratto dalle forme essenziali delle maschere e delle sculture africane, l'artista riproduce nei volumi e nei gesti delle sue opere qualcosa di simile a icone umane, in atteggiamento di preghiera o di ringraziamento. Questi personaggi proiettano verso l'esterno (o verso l'alto) una tensione di natura umana che è l'anima racchiusa nelle opere. Queste paiono quasi levigate dal tempo più che dalla mano dell'artista: i gesti geometrici e primitivi, i caratteri accennati dei volti, le superfici sofferte, fanno sembrare questi lavori una sorta di reperti archeologici del terzo millennio. Di lui scrive il critico Luca Beatrice: (…)La scultura di Mirko Bedussi sa dare vita a qualcosa senza intenti illustrativi e, a differenza della statuaria antica di cui riprende e rovescia eterni clichés, non punta dritto allo spettatore ma sembra piuttosto accadere indipendentemente dalla sua presenza, un’opera di vita propria insomma, con un fine che va oltre l’essere soltanto veduta. Il risultato è un teatro dove il pubblico risulta solo accidentalmente coinvolto. Il lavoro di Bedussi è un set con un punto di vista in cui gli spazi che ospitano le figure, le distanze e il vuoto intorno sono parte stessa della scultura e i confini vanno rintracciati oltre le forme di gesso. “Ogni figura ha il suo spazio proprio: non è detto che debba essere per tutte una specie di gabbia, né sempre l’infinito”, diceva Marino Marini delle sue sculture. Ciò rientra nella logica della “non frontalità” per la quale l’opera non viene esibita ma collocata nel mondo come parte di esso. Questa distanza con lo spettatore accorcia paradossalmente le misure con l’arte: sentendosi un intruso, chi osserva crede di aver avuto accesso a qualcosa di vero. Dalla metà degli anni ’80 la tradizione della scultura figurativa ha registrato un’importante svolta, una nuova logica, che va dalle porcellane di Koons ai pupazzi di Cattelan, ha reso accessibile questo territorio plastico anche ad artisti in apparenza non interessati alle umane sembianze. Questa inedita rappresentazione in cui l’uomo sopravvive è sviluppata soprattutto in chiave anatomico-medicale (Kiki Smith, Damien Hirst, Robert Gober) e anche di fronte ad alcuni lavori di Thomas Schutte, Ron Mueck, Stephen Balkhenol o Juan Munoz la disciplina della figura modellata si direbbe volta alla creazione di nuove stirpi e genie, più o meno assimilabili alla natura umana. Le pratiche tecniche spesso procedono come rituali demiurgici, e in tal senso ogni scultore crea e muove il proprio esercito. E’ questo il caso di Mirko Bedussi che sceglie una tecnica istintiva grazie alla quale plasmare lentamente le forme con un impatto progettuale non rigido; improvvisa e padroneggia fino all’ultimo l’opera, trovando nel gesso il complice di questa libertà più creatrice che produttiva. I Lottatori, colti in mischia o intenti al duello, nonostante i possibili riferimenti agli impianti della statuaria classica e celebrativa, non risultano un mero studio motorio, né tantomeno un monumento alle umane proporzioni. Sono personaggi intenti a mettere in scena la propria storia e il tendersi l’uno contro l’altro è parte della storia stessa. Per contrasto hanno un’analoga forza suggestiva che Mimmo Paladino diede ai suoi Dormienti, straordinaria rappresentazione della quiete, rannicchiati sui gradoni come spettatori muti. Proprio al maestro della Transavanguardia va il riferimento più diretto con l’opera di Bedussi: la medesima libertà di sintesi, la cura della superficie levigata, i tratti archetipici e per questo mai repellenti né grotteschi pur nella loro trasfigurazione dell’umano, la centralità del disegno che non risulta qui fase preparatoria ma vero e proprio supporto di ricerca lirica. L’incontro con lo spettatore non è quindi un urto perché le figure di Bedussi non sono la generazione di un uomo né la sua parodia, tantomeno il calco realista (oggi si direbbe “superreale”). Il giovane scultore Bresciano privilegia una ricerca dei primordi della figura, un modello primitivo al confronto del quale l’essere reale, il vero lottatore, non sarebbe altro che una filiazione o un’imitazione comunque conseguente. Quella di Bedussi è una scultura figurativa che può pretendere di dirsi matrice dell’uomo, piuttosto che sua conseguenza.

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